We DevOps in Peace

DevOps Lego Pace

L’articolo che segue è un’inversione di marcia. Un testacoda con il freno a mano tirato.

Spoiler: il problema di fondo è la paura dell’Ignoto.

Spiego.

Ero partito abbastanza bellicoso, pronto a raccontarvi, come vi avevo promesso qui, dei “Nemici del DevOps”, in uno dei miei tipici “sfoghi bloggaroli” a valle dell’ennesimo episodio lavorativo “irritante”, quando mi sono reso conto che così facendo sarei finito per razzolare dalle parti dei Tecnici Autoreferenziali, quelli con la T maiuscola che vi ho descritto qui.

Ma nemici de che? Coloro che vogliono diffondere la cultura del DevOps, purtroppo per loro, non possono permettersi nemici, perché probabilmente si priverebbero (e si alienerebbero) i primi interlocutori con cui dovrebbero confrontarsi per “smuovere” l’azienda verso uno stile di lavoro più partecipativo e condiviso.

Quindi mi dispiace per voi ragazzi, ma se state leggendo queste pagine con l’ambizione di “fare la differenza” nel promuovere la nostra metodologia preferita, temo che dovrete ingoiare qualche rospo, sforzarvi di sorridere e riformulare le vostre frasi tante volte quante servono per farvi capire dagli interlocutori più ostili al cambiamento.

E vi assicuro che non si tratta di buonismo, ne di fare il bonzo che si da fuoco a Saigon in nome della pace, anche perché ci vuole una certa dose di attributi e sangue freddo per non rispondere alle provocazioni, alla rispostaccia che può rendere il vostro mondo migliore per i successivi cinque minuti e pessimo per i mesi successivi, come dice il compianto Terry Pratchett.

Occorre quindi essere fermi ma non ostili, perché non c’è DevOps senza dialogo e condivisione.

Il problema vero è che voi vi presenterete davanti a persone che hanno raggiunto una certa stabilità lavorativa e, magari con fatica, una quadra per far funzionare ragionevolmente le cose, e gli direte cose che a loro suoneranno come un:”è tutto da rifare”, anche se non è quella la vostra reale intenzione.

Quindi, come accennavo in apertura, il problema è la paura di lasciare le sponde conosciute del proprio quotidiano per avventurarsi in territori non congeniali, che magari passano per il dialogo e la collaborazione continua con coloro con cui, fino al giorno prima, ci si parlava a colpi di email bollate (vi ricordate?).

A questo occorre aggiungere una buona dose di difficoltà nel capire a pieno quale sono i nuovi paradigmi di realizzazione delle applicazione che ci sta portando il cloud, che sono difficili da spiegare (come ho fatto qui), figuriamoci da accettare.

Tanto per chiarire il concetto, vi riporto un estratto da La strada dritta di Francesco Pinto – Mondadori Editore,che ho già citato qui:

“Scusi, vuole ripetere?” chiese.

“E i marciapiedi, dove sono i marciapiedi?”

La richiesta era stata fatta da un ometto segaligno che per tutto il tempo della riunione non aveva mai alzato gli occhi dalle carte.

“Quali marciapiedi? Mi Scusi di nuovo, ma non capisco” rispose stupito Cova.

“I marciapiedi, ingegnere, i marciapiedi. Tutte le strade ce li hanno. E’ evidente che nell’ansia di consegnare rapidamente, vi siete dimenticati di questo elemento fondamentale. Lo dico sempre: la fretta è una cattiva consigliera.

Di quanto tempo avete bisogno per aggiungerli alla progettazione?”

“Guardi che non ho nessuna intenzione di aggiungerli. Questa è un’autostrada dove si prevede una velocità anche di centoquaranta chilometri orari.

I marciapiedi sarebbero un inutile pericolo.”

“Questo significa che non volete aggiungere nemmeno i
paracarri…”.

L’episodio racconta di quando hanno provato a spiegare la prima volta ad ingegneri dell’ANAS degli anni 50 come volevano costruire l’Autostrada del Sole.

Se cambiate “marciapiedi” con “tree tier” e “paracarri” con “application server” , potete girare da soli la stessa scena raccontando i Container a qualcuno abituato a lavorare nel modo “Virtual Machine oriented”, il tutto condito da una diffidenza di fondo accumulata in anni e anni grazie a “consulenze organizzative” e “grandi analisti” che hanno solo venduto fumo e che rendono queste persone “aperti” quanto i Klingon quando sentivamo i terrestri (la Federazione, per i puristi) dire: “veniamo in pace”.

Il problema è, scusate se mi ripeto, che non potrete semplicemente “tralasciare” queste persone, ma è vostro compito “accompagnarle” al nuovo convincendole che è per migliorare la qualità della vita (lavorativa) di tutti, anche se questo vorrà dire sorbirsi continuamente i grandi classici:

“Interessante, ma qui da noi non è applicabile”

“Mi sembra tutto molto teorico, ma la pratica è tutta un’altra cosa”

“Ste cose possono funzionare in una startup, non certo in un’azienda strutturata e matura come la nostra”

“Sono cose che magari funzionano in America…”

“Si è sempre fatto così, abbiamo investito tanto in quello che abbiamo, perché dovremmo cambiare?”

La vera risposta all’ultima domanda è:” per quanto tempo potrai permetterti di non cambiare prima di diventare irrimediabilmente obsoleto?”

Ricordatevi della Kodak, ricordatevi di Blockbuster, scordatevi la faccenda dei nemici, rimboccatevi le maniche e ricordatevi che, in fondo, lo fate per loro.

Foderate il fegato e tenete duro.

Alla prossima.

p.s.

La scultura in Lego nella foto è tratta dalla mostra The Art Of The Brick di Nathan Sawaya, se vi piacciono i mattoncini DOVETE trovare il modo di vederla.

 

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